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sabato 7 novembre 2009

Il Calvario quotidiano

Io un crocefisso l'ho già tolto.
Due settimane fa, nell'intervallo. Stavo dando un'occhiata ai traffici loschi in zona distributore di merendine, quando vengono in due a dirmi che in Seconda è caduto Gesù. Mi reco immediatamente sul luogo del misfatto e interrogo i testimoni oculari. Chi è stato? Silenzio. Proiettili, elastici, palline di carta? Negano tutti, del resto non mi pare l'abbiano mai considerato un bersaglio; hanno una certa soggezione. Forse una vibrazione del pavimento, qualcuno che saltella o che va a sbattere contro la parete, una porta chiusa di scatto: sia come sia, sembra caduto da solo. Ne traggo auspici non buoni. Ma in quanto insegnante ostento razionalità e pragmatismo. Do un'occhiata al Cristo in questione: è caduto per l'ultima volta. Frattura completa del polso sinistro, il destro era già partito mesi fa. O anni fa. Anche il chiodino sotto i piedi è sparito da molto. A questo punto mi spiace, ma finché qualcuno (chi?) non stanzia nuovi fondi, il crocefisso se ne resta nel cassetto in fondo.

Oggi l'ho rivisto in corridoio, però a grandezza naturale. Sanguinava copioso. Subito ho pensato a una rissa in II C, poi mi sono accorto della corona di spine e della croce che portava in spalla, quindi, insomma, era Lui.

“Domine, quo vadis?”
“E non parlare latino, che tu sappia io ho mai saputo il latino?”
“No, che io sappia no”.
“Mi dà anche un po' ai nervi”.
“In effetti è comprensibile. Ma insomma, Signore, dove vai?”
“Dove vado, dove vuoi che vada. A farmi crocifiggere un'altra volta, vado”.
“Ma no, dai, Maestro...”
“...visto che la prima non è bastata”.
“Non te la prendere, ti prego. A scuola succede, le cose cadono, si rompono... ho dovuto metterti nel cassetto, ma ti giuro che...”
“Ma non ce l'ho con te, cosa c'entri te. Sei anche tu un povero cristo”.
“Grazie, Maestro”.
“Ce l'ho con i farisei, per prima cosa”.
“Aaah, i farisei”.
“Hai capito, no?”
“Beh, magari un aiutino...”
“Quelli che mi hanno preso per un simbolo della cultura, della tradizione. Una bandierina, praticamente. Aho', ma stiamo a scherzare?”
“Però anche la tradizione ha la sua importanza...”
“Cioè secondo voi io mi sono fatto inchiodare mani e piedi per rappresentare una tradizione? Cioè, siamo a questo? Babbo Natale, la Befana e Cristo in Croce? Magari vi aspettate che vi porti anche i regali?”
“Ma no, non dico questo, però...”
“Però niente. Li vedi questi chiodi qua? Li vedi?”
“Ehm, sì”.
“Sono autentici, va bene? Non sono un simbolo, sono una rappresentazione realistica. Duemila anni fa i ribelli li uccidevano così. Li esponevano su un trespolo finché non morivano soffocati. Perché fossero da esempio. Tutto molto razionale, ma anche molto teatrale, ma anche violentissimo, Dio Me! Io rappresento questo, va bene? Rappresento un supplizio capitale! Rappresento la crudeltà dell'uomo e la ribellione dell'uomo! Rappresento la Morte! Rappresento il...”
“Ehm, Maestro... forse sarebbe meglio abbassare un po' la voce”.
“Il Martirio!”
“Ssssssssssssh!”
“Cos'è, hai paura?”
“Maestro, in effetti sì. Siamo nel 2009, è pieno di bambini musulmani qui, e quella parola...”
“Quella parola è italiana, ha radici nel latino che ti piace tanto, è il fondamento della tua cosiddetta tradizione, sepolcro imbiancato che non sei altro”.
“Sì, sì, Maestro, è vero... d'altronde...”
“D'altronde?”
“Non puoi negare che suoni po', come dire... scandalosa”.
“E che m'interessa a me? Guarda che io non sono mica un santone indiano peace and love! Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada”.
“Matteo Dieci Trentaquattro”.
“Appunto. Io sono lo Scandalo! Sono pornografia, non so se è chiaro! Un uomo trafitto da chiodi che grida dai vostri muri, che chiama al combattimento per la salvezza! Io sono questo, mica l'albero di Natale”.
“Ecco, Maestro, in effetti, se mi ci fai pensare, sì. Tu sei molto scandaloso. Molto più di quanto io quotidianamente possa sopportare”.
“Tuo problema, non mio”.
“Però succede un po' come con tutti gli spettacoli disgustosi... all'inizio non riesci a guardarli, ma se ti abitui a darci un'occhiata tutti i giorni, dopo un po' non ci fai più caso... diventi parte di uno sfondo familiare”.
“Ah, dici che è così? Va bene, allora toglietemi immediatamente”.
“Ma poi i Vescovi...”
“Tiratemi fuori solo ogni tanto, quando i fedeli meno se lo aspettano. Io non voglio passare sullo sfondo, io voglio spaventarvi”.
“Se la metti così...”
“E aggiungo una cosa. È proprio sulla mia consistenza di carne e sangue e ossa e chiodi che è fondato il realismo europeo, è chiaro? Se avete avuto Giotto Caravaggio e Mapplethorpe lo dovete solo a me! Esclusivamente a me!”
“Oddio, Mapplethorpe...”
“Adesso niente. Rileggiti Auerbach. Che se era per gli ebrei o per Maometto, con le loro menate filosofiche sulla non rappresentabilità del divino, a quest'ora eravate ancora lì a eccitarvi sui triangoli e gli ottagoni. Dario Argento deve tutto a me. Che dico. Tinto Brass...”
“Piano, Gesù, piano!”
“E adesso salta fuori che sono solo una tradizione. Il mandolino è una tradizione. La pizza è una tradizione. Appendete i mandolini e non rompete, io sono Gesù Cristo morto in croce, non ci credi?, vuoi toccare?”
“No, no, no, mi fido”.
“No, ma guarda, tocca”.
“Maestro, sul serio, io...”
“No, tu adesso tocchi. Il cristianesimo si tocca, va bene? Non è una menata filosofica: è carne e sangue, pane e vino. E i farisei lo sai che fine fanno. Finiscono in vomito”.
“Apocalisse Tre Quindici”.
“Precisamente. E poi ce l'ho anche coi Sadducei”.
“I sadducei”.
“Hai capito, no?”
“Ehm”.
“Ma perché perdo tempo con te. Matteo Ventidue Ventitré”.
“Quelli che non credono nella resurrezione”.
“Ecco. Non ci vogliono credere? Va bene. Che problema c'è? Nessun problema. Voi non ci credete, io non vi risorgo. Non esisto nemmeno, per voi. Facciamo che sono un pezzo di legno”.
“Quindi?”
“Quindi cos'è questa storia che mi denunciate a Strasburgo? Cosa posso aver fatto, se sono un pezzo di legno?”
“Dunque, se ho ben capito la sentenza, la tua presenza sul muro, in quanto pezzo di legno... impedirebbe ai loro figli di crescere secondo i principi dei genitori”.
“Vabbè, siamo alle comiche. Ma che principi hanno questi genitori, si può sapere?”
“Beh, presumo che si tratti dell'illuminismo, del razionalismo...”
“Non conosco, ma dev'essere un pensiero molto debole, se si cancella appena fissi un pezzo di legno. Cos'è, sono un totem, adesso? Se mi fissi ti faccio dimenticare la lezione? Mi volto un attimo e mi tornate all'età della pietra?”
“Maestro, ci vuole tolleranza...”
“Ma tolleranza di che. È come quelli che si sbattezzano. In teoria non credono nel battesimo. In pratica però hanno paura di restare segnati per sempre da uno schizzo d'acqua. Va bene, allora a questo punto chiamiamo Wanna Marchi che vi fa le carte e vi vende i numeri del lotto, a proposito, di che segno sei?”
“Maestro, ci vuole rispetto...”.
“Che poi, spiegami. Il genitore ha il diritto che il figlio sia educato secondo i suoi principi? Non suona un po' totalitario? E quindi ti cresci un piccolo a tua immagine e somiglianza, che creda solamente nelle cose in cui credi te, e poi la prima volta che lo lasci libero nel mondo, lui vede due legnetti appesi al muro che non corrispondono al suo sistema di credenze e va in confusione? Corte dei diritti dell'uomo, intervieni immediatamente! Il pezzetto di legno sta fissando il mio bambino! Ma come li tirate su questi ragazzi?”
“Facciamo quel che possiamo”.
“Il mondo è pieno di cose. Per dire, ci sono i semafori e non sempre segnano verde. I bambini lo devono sapere. Ci sono persone nel parco che offrono caramelle e non sono tutti buoni. Poi ci sono i pezzetti di legno e non tutti corrispondono alle cose a cui crede mamma o papà. Vogliamo abolirli a scuola? E quando li incontreranno nella vita, come si comporteranno?”
“Quindi Maestro, in conclusione, dobbiamo riappenderti o no?”
“Ma fate quel che vi pare, tanto comunque sia non avete capito. Mi sembra tutto così poco serio. Il fariseo che mi pianta come una bandierina, il sadduceo che vede la bandierina e si sente leso nei suoi diritti umani, è l'umanità? Sembra un pollaio. Non ci sono cose più serie? A scuola, poi. Che io nelle scuole ci vado, lo so quali sono i veri problemi”.
“Eh, immagino”.
“No, non puoi neanche immaginare, fidati. Sai quante non sono a norma? Sai quante non rispettano la 626? Sai quanto costerebbe metterle tutte in sicurezza?”
“Ecco, Maestro, questi sono effettivamente problemi seri...”
“Sai che mancano i sostegni? I corsi di recupero? Sai che la scuola assomiglia sempre meno a un luogo educativo e sempre più a una casa di detenzione? Parliamo di questo!”
“No, Maestro, appunto. Proprio perché sono problemi seri, è meglio non parlarne”.
“E perché?”
“Perché, perché... perché a parlarne non si risolvono, e allora ci si deprime soltanto. Siamo in crisi, tutti vorrebbero scuole più belle, ma votano il primo che gli promette una tassa in meno, quindi...”
“Vi consolate chiacchierando di bandierine”.
“Sì. I problemi veri sono deprimenti. I problemi identitari invece, come dire, sono sexy. Tutti possono dire la loro senza impegno... ieri le bandierine, domani i dialetti...”
“Oggi i Cristi in croce...”
“Maestro, sì. Ma non devi prendertela”.
“No, no, non me la prendo. Adesso però vado. Mi aspettano in sala mensa”.

mercoledì 4 novembre 2009

Halloween e "Amore 14"

Di questi periodi alcuni dicono che sono una mamma cattiva , chissà se la vera strega di Halloween sono proprio io...
Già, anche per questo anno siamo riusciti a tenerci lontano dai mantelli neri, dai cappelli da strega e dai denti da vampiro.
A casa nostra Halloween non è mai entrato, tutt'al più ci siamo sempre inventati qualcosa per distrarre nostra figlia, con girate fuori città, con la nostra "Festa delle Castagne" con tanto di cappellini e trombette e la "sfrugiatata" consueta.
La storia di Hallowwen la conosco bene, di conseguenza non sono interessata a festeggiarla dato che non appartiene alle mie radici ma è solamente un pretesto per indurmi a mettere mano al mio portafoglio.
Invece di lamentarmi e fare spalluccia e basta, preferisco agire direttamente così.
Non è mai stato facile, ma ho sempre cercato di coinvolgere mia figlia in questa decisione, nonostante quello che possa sembrare agli occhi degli altri, non ho mai voluto essere una mamma autoritaria, ma ogni volta ho cercato sempre di dare le mie spiegazioni ed arrivare
semmai a volte anche a dei compromessi.
Ai miei tempi mio padre urlava "Non mi interessa se gli altri fanno così, io non sono gli altri", quante volte l'ho sentita dire questa frase, ma allora nessuno mi spiegava il perché di queste parole e a me sembravano solamento un pretesto per tenermi sotto controllo ancora una volta di più.
Voglio solamente gettare un semino nella testa di mia figlia, tra un po' sarà lei a decidere come comportarsi, ma sono sicura che qualcosa le sarà rimasto in testa, non importa se non darà i suoi frutti nell'immediato, basta che sappia dentro di se che a volte si può andare contro corrente e stare bene lo stesso.
Quest'anno mi sono ritrovata all'ultima ora senza un'idea precisa di cosa fare, ho guardato quindi la programmazione delle sale cinematografiche e mi è saltato all'occhio l'ultimo film di Moccia "Amore 14". Mia figlia ha quasi 12 anni e mi sono detta "e perché no? ci può stare!" anche perchè sapevo che molte sue amichette aspettavano con ansia l'uscita di questo film, qualcuna di loro aveva già letto addirittura il libro.
Per l'occasione all'ultimo momento si è aggiunta anche una sua amica con relativi genitori, tra l'altro nostri amici.
Arrivati al cinema, in completo rilassamento abbiamo iniziato la visione di questo film ma appena passati i primi cinque minuti ho iniziato a storcere già la bocca, avevo già una mezza idea su che cosa si sarebbe basata la trama del film...
Difatti, accidenti a quando non ho letto prima le recensioni, la trama (se così la vogliamo chiamare) narra la storiella di tre ragazzine di 13/14 anni alla ricerca di un ragazzo con cui fare sesso per la prima volta. Non ci sarebbe stato niente di male se dietro questa esigenza ci fosse stato dietro anche una ricerca del sentimento, della passione e non solo la voglia di provare la "novità" tanto per sentirsi più fighetta delle altre. Si parla di "orgasmo", di "punto G", di fattezze varie del pene, come se fossero cose fondamentali per una ragazzina di quell'età, cosa che non corrisponde assolutamente alla realtà dei ragazzi dei nostri giorni.
Cavolo, mi aspettavo uno dei soliti film che siamo abituati a vedere di recente, ma non uno dei peggio film che ho visto negli utlimi dieci (venti?) anni, una trama creata appositamente per girare intorno a diversi marchi pubblicitari, una film ad effetto nauseante solamente per questo motivo.
Durante la visione, ogni tanto io e mio marito ci guardavamo negli occhi e lui ridendo mi diceva "La colpa è tua, la colpa è tua!". Con i genitori dell'altra bambina, nostri amici, sarei sprofondata sotto lo poltrona, ma oramai il danno era già stato fatto.
La nostre figlie emettavano un brusio continuo come sottofondo ogni qualvolta il film cambiava scena.
Chissà se tra due anni anche mia figlia come la protagonista del film, avrà amiche tanto care che gli pagheranno il guardaroba nuovo con la loro carta di credito. Tanto care che ci penseranno loro a ricomprargli il cellulare se gli capiterà di perderlo e magari come nel film saranno sempre loro a portarla nei locali migliori della città, che fortuna.... :(

Morale della favola (del post)
Primo: La brava mammina, perfettina da brava educanda nonché la sottoscritta in persona, per questo anno ha ciccato alla grande, brava, brava, complimenti!!

Secondo: Non posso fare molto, se non altro qualcuno nei motori di ricerca potrà trovare questo mio post/recensione e magari ci penserà due volte prima d andare a vedere un film di Moccia al cinema. Quindi voglio etichettare, taggare questo post come NON ANDATE A VEDERE I FILM DI MOCCIA. Possa mai servire a qualcuno... :D

giovedì 29 ottobre 2009

Retrogusto un pò amaro ...

Arrivo per ultima, ma in questi giorni porto con me una sensazione di retrogusto un pò amaro...non voglio fare commenti da brava educanda, mi faccio solamente delle riflessioni a cui probabilmente nessuno mi saprà rispondere.
Non passa giorno che intorno a me e vedo storie di infedeltà, di trasgessione, di promesse non mantenute, di botte di vita, perchè come si suol dire "la vita è una sola"..."ogni lasciata è persa".
E' vero, la vita è una sola, ed è giusto che ognuno decida di viverla come meglio crede, del resto non è più poi come una volta, adesso quasi tutto è lecito e consentito, come esiste il giorno e la notte, il male e il bene, esiste del resto anche la nostra parte oscura.
Siamo per gli altri quello che gli altri vorrebbero che noi fossimo e poi quando cala il sipario...ci trasformiamo da Dt. Jekyll a mr Hide.
Perchè è così,no?

E quando un politico si fà beccare "con le mani nel sacco" allora perchè facciamo tanto moralismo di strada?
Non siamo forse il festival delle incoerenze, ai nostri figli, futuri operai, futuri manager, futuri presidenti, lasciamo quotidianamente una serie di messaggi subliminali da non rendersene conto. Risatine, ammiccamenti, compiacimenti su argomentazioni un po' piccanti, fuori dalle "regole", nella testa di un adolescente potrebbero dare interpretazioni del tipo "Hai visto quante cose posso fare nella vita? Però alcune di queste le devo fare di nascosto e quindi devo farmi furbo".

E quindi dov'è il problema?
Non c'è nesun problema, basta sapere da che parte stare.


Credo che il vero dilemma non sia l'uomo se ha fallito la propria missione oppure no, ma se la società è coerente con i propri messaggi.

Di recente ho letto questa frase su un libro...da meditare se ne avete voglia...
"Noi vediamo la malvagità negli altri, perchè tramite il nostro comportamento la conosciamo. Non perdoniamo mai coloro che ci feriscono, perchè riteniamo che mai saremo perdonati. Diciamo la durà verità agli altri, perchè la vogliamo nascondere a noi stessi. Mostriamo la nostra forza, affinché nessuno possa vedere la nostra fragilità:"
Okakura Kakuso

lunedì 26 ottobre 2009

Primo anno

E' passato un anno dal giorno del mio primo post.
Ringrazio tutti quelli che hanno sempre la pazienza di leggermi e commentarmi.
Come tanti ho iniziato senza un motivo ben preciso, come tanti ho avuto più volte l'idea di abbandonare o cambiare indirizzo..... invece eccomi ancora qui!!

Un grazie di cuore a tutti, anche a quelli che conosco nel reale, mi leggono di nascosto e fanno finta di niente....

domenica 25 ottobre 2009

Chi va piano va sano e va lontano, chi va forte...

Non penso a niente....vuoto totale....
In effetti tutto è ripartito alla grande, il lavoro, gli impegni con la famiglia, la scuola, ma io mentalmente no, sono rimasta qui in disparte a guardare il mondo, non ho voglia di pensare, di scavare, anche i libri sono rimasti a metà, ogni tanto entro in questo mondo incantato per poter leggere i mie blog preferiti...ogni tanto lascio qualche traccia...
Non ho voglia di guardare l'orologio, di rispettare l'ora per andare al lavoro, non ho voglia di segnarmi a questo benedetto corso di yoga/pilates/? o quel che sarà, non ho voglia neanche di guardarmi allo specchio.
Non ho voglia di dilungarmi in discorsi inutili e parole vuote, di dover ridere anche quando la battuta non fà per niente ridere.
Adoro sempre più che mai i silenzi, amo i dettagli, mi piace osservare in disparte i volti delle persone, le strutture delle case, i colori di queste giornate di autunno.
Quando apro la finestra e sento il vento che mi accarezza, mi ricorda che sono viva.

No, non mi sento depressa, in dei momenti direi addirittura di essere felice.
Felice di avere quello che ho, in fondo se ci penso non mi manca niente.
Qualcosa da sistemare, da definire in effetti ancora c'è, ma la strada è quella giusta, lo sento.
E' solamente il resto che mi sembra inutile, obsoleto.

Mi sembra si stare su una giostra, tutto gira intorno a me, ma io sono ferma che osservo, in pace con me stessa, mi godo l'attimo.
Torno tra un pò...

giovedì 8 ottobre 2009

Il dono - Renato Zero

Nessuno viene al mondo per sua scelta,
non è questione di buona volontà

Non per meriti si nasce e non per colpa,
non è un peccato che poi si sconterà

Combatte ognuno come ne è capace
Chi cerca nel suo cuore non si sbaglia.
Hai voglia a dire che si vuole pace,
noi stessi siamo il campo di battaglia


La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione che ancora ci sorprende,
l'amore sempre diverso che la ragione non comprende

Il bene che colpisce come il male,
persino quello che fa più soffrire

E' un dono che si deve accettare,
condividere poi restituire

Tutto ciò che vale veramente che toglie il sonno e dà felicità
Si impara presto che non costa niente,
non si può vendere né mai si comprerà

E se faremo un giorno l'inventario
sapremo che per noi non c'è mai fine

Siamo l' immenso ma pure il suo contrario,
il vizio assurdo e l'ideale più sublime


La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione, ogni cosa è grazia,
l'amore sempre diverso che in tutto l'universo spazia

e dopo un viaggio che sembra senza senso arriva fino a noi...

L' amore che anche questa sera, dopo una vita intera,
è con me, credimi, è con me.

domenica 27 settembre 2009

Sproloquio....


Non riesco a prendere sonno.
Sarà perché ho visto stasera un film che parlava di vita e di morte, mi sono ritrovata così nel mio letto con la testa piena di pensieri, ed ora sono qui cercando un modo per svuotarmi la mente.

Saranno state le solite lacrime di un finale un pò insolito e drammatico, certo... è lì che ho iniziato a pensare alla morte, poi prima di avviarmi verso la camera da letto, mi sono ritrovata davanti il quadro di mio padre.

L'ho osservato nei dettagli un po' più del solito, mio padre non è un pittore, ha iniziato a dipingere da qualche anno, precisamente da quando è andato in pensione.
Non sarà il massimo dell'espressione pittorica ma a me piace perchè rappresenta il mare ed è pieno del colore che preferisco al momento in assoluto, l'azzurro.
Lo so che questo quadro lo ha dipinto per me, per far si che un giorno mi ricorderò in maniera speciale di lui, ormai sò cosa pensa nella sua testa.
E' forse questo che mi ha rattristita.
Anzi a dire il vento ultimamente penso spesso ai miei genitori e una sottile ansia mi pervade pensando a come sarà l'ultimo periodo della loro vita.

Li vedo tristi chiusi nei loro pensieri, chiusi alla vita. E il loro peso a volte diventa anche il mio, è come se avessi una zavorra al posto del cuore.

Da qui partono una serie di mie considerazioni, ovviamente fatte sulla mia esperienza personale.
Mi domando cosa è che determina la felicità di un anziano e perché spesso l'amore dei cari non riesce a colmare quel vuoto interiore.

Veramente beffardo il fatto che dopo una vita piena di sacrifici, non si riesce più ad apprezzare il tempo che finalmente trascorre lento e nonostante le buoni intenzioni di dedicarsi finalmente a quello che non siamo riusciti a fare per una vita intera, dopo un po' ci si arena e ci si lascia affondare nella depressione più buia.

Penso, che forse per prepararci ad una buona vecchiaia dovremmo iniziare a lavorarci sopra un bel po' di tempo prima.
Un uomo non può agire e pensare per tutta la vita in un modo e arrivare al primo giorno di pensione pensando di fare cose che non ha mai assolutamente fatto.
Non si può pretendere di riinventare un modo di vivere che non corrisponde al nostro di sempre, di indossare un vestito che non fà parte del nostro modo di essere.

Ognuno di noi ha diritto ad avere un proprio spazio per i propri sogni e desideri e quando un uomo si lascia alle spalle una vita dove ha sempre tirato dritto veloce, non dedicandosi mai per distrazione o per scelta obbligata, a qualche genere di passione "spirituale", credo che difficilmente quando avrà assolto ogni impegno con la società, si dedicherà a qualcosa che lo farà sentire ancora protagonista attivo della propria vita.
Da sottolineare che spesso capita di non sentirci protagonisti della nostra vita in gioventù, figuriamoci poi come ci sentiremo nella tarda età.

Qualcuno di voi si domanderà cosa intendo per "passione spirituale". Tutto quello che che ci fà
sentire come dei bambini e fà bene all'animo, non deve per forza essere leggere, meditare, pregare. E' quello che ci svuota la mente dai pensieri, per me può essere ascoltare musica, cantare, fotografare, disegnare, scrivere, stare in mezzo alla natura, passare il tempo con amici, per voi non sò....
Un uomo pessimista che non sia riuscito a captare il vero senso della vita, ad apprezzare ciò che gli stà intorno - cominciando da se stesso - come può affrontare l'ultima fase della propria esistenza in modo sereno.

Un uomo che ha sempre pensato in prima cosa al proprio individualismo, che non si è mai fatto carico più di tanto delle pene altrui, probabilmente tenderà a chiudersi ancora di più in se stesso, nelle proprie ottusità e nei propri egoismi, non avendo mai imparato a condividere con il prossimo gioie e dolori.
Rileggo quanto sopra, sto dicendo un sacco di parole vuote, nella vita chi è che non ha avuto un sacco di buoni propositi, è facile generalizzare e puntare il dito da parte mia e dire che gli altri non sono stati capaci di curare il proprio spirito e tutelarsi il futuro in qualche modo.

Mi guardo allo specchio e penso a quanto sia facile trascurare la nostra anima, di quanto siamo abituati a correre senza una meta ben precisa, nascondendo ai nostri occhi l'essenziale, il vero senso della vita.

Abituati a correre talmente velocemente da non riuscire più a focalizzare quello che abbiamo intorno, perdendoci il meglio.

Oppure andare talmente a rilento anestetizzandoci, rifiutando di vivere una vita a pieni polmoni con le proprie responsabilità, nascondendoci dietro un computer, andando agli estremi anche dietro una bottiglia, o magari un po' di droga... facendo finta di essere quello che non riusciamo ad essere nel reale, anche qui...ci perdiamo il meglio.


Forse, senza volerlo e a scapito loro, i genitori insegnano ancora una volta volta qualcosa.
In qualche modo riusciamo a fare luce e vedere...quello che non vogliamo diventare...ma che forse inevitabilmente siamo già....

domenica 20 settembre 2009

Eccomi qui...

Eccomi qui... sono tornata da circa due settimane dalle mie vacanze, avevo voglia di scrivere due righe ma ho preferito prima mettere un po' di ordine alle mie foto.
Volevo pubblicare qualcosa che mi aiutasse a descrivere i miei giorni di vacanze, anche se mi rendo conto che le foto non rendono quasi mai l'idea come la realtà...spero solamente che non siate molto di furia e magari dopo aver letto queste righe provate per un attimo a chiudere gli occhi e ad immaginare quanto ho provato a descrivere...

In queste settimane sono stata veramente bene, solitamente le mie ferie le trascorro fuori dell'Italia, possibilmente in località poco turistiche e conosciute.
Non perchè non adori l'Italia, tutt'altro!
Ma è solamente il fatto che essendo obbligata a prendere il mio periodo di riposo nel mese di agosto, trovo difficoltà a trovare posti sperduti, incantati, fuori dal mondo.
Sarà che sono abituata male, più di trenta anni mio padre mi insegnò ad amare il mare, col suo piccolo gommone partivamo per le più belle spiaggie dell'Argentario, allora ovviamente era diverso anche lì, non occorreva spostarsi tanto per trovare una bella spiaggia deserta.
Ricordo tra le dune deserte di sabbia i gigli di mare che facevano capolino, non li coglievo ovviamente, già allora ero rispettosa verso la natura, mi limitavo solamente ad osservarli...
Conoscevo tutti i tesori che la spiaggia sapeva regalare e col tempo imparai che quei sassolini così leggeri che vedevo sempre sulle mie spiaggie solitarie non erano altro che "pietra pomice"... allorchè da bambina astuta, mi venne l'idea di raccoglierne in quantità esagerata per poi tornare al mio campeggio e aprire lì un' attività "commerciale" per poter sostenere i mie piccoli acquisti di gelati e giornalini vari.
Sorrido pensando alla mia postazione all'entrata del viale del campeggio: una stuoia da spiaggia con un bel cartello "PIETRA POMICE PER I CALLI", tutti quelli che passavano si fermavano e ridevano, ma qualcuno comprava anche.
Ovviamente ero una pioniera nel settore, i miei amici coetanei "imprenditori" si limitavano a vendere giornalini usati, magari qualche bella conchiglia, ...ma la pietra pomice per i calli, quella no, la vendevo solamente io... :D
A parte questa parentesi degli inizi della mia carriera nata e morta nei pressi dell'Argentario, volevo tornare a descrivere il mare che ho imparato ad amare allora, spiaggie lunghe e deserte, nessun ombrellone, nessuna sdraio, nessun asciugamano attaccato l'un con l'altro, solo pace e silenzio. E se anche ero sola con i miei genitori e non avevo bambini con cui giocare, ero serena e stavo bene perchè potevo fare dei bagni con un'acqua spettacolare...
Da allora per me, se devo andare in una località balneare particolarmente turistica e affollata, in qualche modo mi adatto ma per me non rappresenta il mare come l'ho io dentro la mia testa.
Se dico "vacanza", non riesco ad accontentarmi, cerco sempre quella pace e quel silenzio di allora. Io amo il silenzio, lo adoro.
Amo infinitamente la natura e i suoi rumori, i suoi profumi, mi sento pienamente parte di lei.
E quindi con il nostro camper e un piccolo gommone motorizzato (praticamente un tender) ci spostiamo dove abbiamo quasi la certezza di ritrovare questo tipo di atmosfera così gratificante.
Da considerare inoltre che fortunatamente per le mie tasche, il costo della vita (ristoranti, campeggi, etc...) all'estero è inferiore a quello dell'Italia, per assurdo più che ti allontani e meno spendi, quindi sei ancora più soddisfatto.
A questo giro in particolar modo, sono tornata con un di amaro in bocca, ricordo l'ultima mattina della mia vacanza quando abbiamo fatto l'ultima uscita in mare con il gommone.
In mare essendo già settembre e collocati in una zona poco turistica, eravamo solo noi.
Nessuna imbarcazione all'orizzonte, solo una piccola barca di un pescatore, e poi solo l'azzurro del cielo e del mare. La luce di settembre è calda, risalta ancora di più i colori. Noi tre silenziosi in una maniera insolita, forse malinconici, probabilmente pensavamo tutti alla nostra voglia di rimanere lì ancora per un , abbracciati a quel lembo di mare e di terra, ai gabbiani, al profumo di salsedine.
Dopo l'ultimo bagno con la fotocamera ho fatto un'infinità di foto, ma infine ho chiuso gl'occhi ed ho cercato di imprimermi tutto quello che c'era di ricordare nella mia testa.
Kastri, ti voglio ricordare così, spero solamente che rimarrai come sei ora, una piccola spiaggia e un piccolo gioiello del mare Egeo.

giovedì 6 agosto 2009

Ognuno di noi è un gabbiano che imparara a volare

"...Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston.
Si trovava a una trentina di metri d'altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una tor­sione tale da consentirgli di volare lento.

E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali.
Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo... d'un paio... di centimetri... quella... penosa torsione e... D'un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.


I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stal­lano mai.
Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston - che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumen­tarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo - no, non era un uccello come tanti.


La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa.
Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta man­giare.
A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procu­rarsi il cibo, quanto volare.
Più d'ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo cosi: che passava giornate intere tutto solo, dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli pla­nati a bassa quota, provando e riprovando.
Non sapeva spiegarsi perché, ad esempio, quando volava basso sull'acqua, a un'altezza inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell'aria.e con meno fatica. Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata liscia liscia, sfiorando la superficie con le gambe raccolte con­tro il corpo, in un tutto aerodinamico.



Quando poi si diede a eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostrarono molto ma molto sconsolati.
« Ma perché, Jon, perché? » gli domandò sua madre. « Perché non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri? E perché non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa! »
« Non m'importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere. »
Richard Bach - Il gabbiano Jonathan Livingston

Dedicato a tutti quelli che almeno una volta si sono sentiti come il gabbiano Jonathan Livingston....
Tra qualche giorno partirò per il mare in cerca di gabbiani... un saluto a quelli che partiranno e a quelli che sono già tornati... a presto!

giovedì 30 luglio 2009

Semina un pensiero

Semina un pensiero e raccoglierai un’azione,
semina un’azione e raccoglierai un’abitudine,
semina un’abitudine e raccoglierai un carattere,
semina un carattere e raccoglierai un destino.

C. Reade

Lugubre? no...


Indovinello

Un mare più vasto del mare
e tu non lo vedi.

Un mare nel quale vai nuotando
e tu non te ne accorgi.

Un mare che rumoreggia nel tuo petto
e tu non lo senti.

Un mare in cui te ne stai immerso
e tu non ti bagni.

Un mare da cui bevi
e tu non lo noti.

Un mare in cui vivi
finché non ti mettono sotterra.

Hans Magnus Enzensberger

lunedì 27 luglio 2009

Il rispetto per il prossimo

Se avete un pò di tempo, andate a leggere il blog de "Il circolo dei pensieri" scritto da Enzo "Il filosofo", io l'ho trovato per caso, mi piace leggerlo perchè ritrovo molto del mio modo di pensare.

Riporto il suo ultimo post La radice dell'intolleranza, parole semplici che possono aiutarci a fare personalmente un piccolo esamino di coscienza ma anche a focalizzare quelli che intorno a noi vivono di luce propria e ci guardano dall'alto in basso...

"Questa vignetta è dedicata a tutte quelle persone che hanno una grandissima considerazione di sè, delle proprie convizioni, delle proprie idee ma anche dei propri problemi; e nessuna per le convinzioni, le idee e i problemi degli altri.
Dedicata a quelle persone che, nei rapporti con gli altri, si comportano come se essi fossero il sole, e tutte le altre persone solo pianeti, pianetini e satelliti che devono per forza girare intorno a loro, brillare della luce che viene da loro.
Dedicata a quelli che vogliono sempre e solo sapere quello che c'è nel cuore degli altri, senza mai, ma proprio mai occuparsi un po' anche di quello che c'è nel proprio, a quelli che non si guardano mai dentro, che dicono sempre di essere sinceri, ma mai lo sono con se stessi.
Dedicata un po' alla radice dell'intolleranza, alla assoluta incapacità di vedere l'altra persona come un universo completamente diverso dal mio, da scoprire, da navigare, da esplorare, da rispettare."
Rimane sottotitolato, ci tengo a precisarlo perchè non si sà mai....che la vignetta ovviamente è figurativa, al posto del credente poco rispettoso nei confronti di un ateo, ci potrebbe essere anche un rappresentante di qualsiasi ideologia religiosa o politica, ma anche il titolare con il suo dipendente, il marito con la moglie, due amici.....fate un po' voi....

20 luglio 1969

Queste si che sono "tracce indelebili"...
« That's one small step for [a] man, one giant leap for mankind. »
Neil Armstrong
« Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo enorme per l'umanità. »

Niente è banale per chi non è banale - Lidia Ravera

Niente è banale per chi non è banale.
Non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno,
per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca,
corregge, amplia, mette a punto, azzarda, scopre.
Bisogna essere irrequieti…
Bisogna viverlo con un certo fervore il tempo,
come fosse tutto utile, tutto buono, tutto necessario…
Essere esigenti: con se stessi, con gli altri.
Essere a disagio, sentirsi strani, sentirsi diversi.
Sentire l’ingiustizia, come un fastidio, come un impedimento all’armonia.
Sentire il privilegio quasi come un peso, un obbligo ad acquisire meriti.
Felici e scontenti. Scontenti anche di essere felici.
Credo ancora, con consapevole tensione, nella parabola dei talenti.
Credo che il privilegio obblighi a qualcosa.
Credo che non possa vantare diritti chi non si dà doveri…
Ma non è l’ambizione l’antidoto all’immobilità,
al pensar corto per paura che troppo rapidamente tutto scorra e ti possa travolgere.
L’antidoto più sicuro è l’attenzione.
L’attenzione scompone il tempo in tanti singoli momenti,
e ad alcuni regala una magica durata,
ad altri la puntiforme felicità della visione.
Vivere attentamente è vivere al presente,
attrezzandosi contemporaneamente per il dopo…
Guardare fuori, guardarsi dentro…
Vedo la gente soffrire per questa foga di rallentare il tempo.
Vedo discriminati i vecchi.
Vedo i ragazzi acciambellati sotto il tetto paterno a ventinove anni,
come gatti di casa decrepiti,
senza voglia di dar la caccia ai topi o andar per tetti.
Vedo me stessa, mentre provo a distendere le rughe sotto gli occhi,
e te preoccupato di quello che ti aspetta.
Voglio dirti che non è brutto crescere.
Neppure nella tetra variante di invecchiare.
Non è brutto. 
Perdi di leggerezza, acquisti peso
Ma il peso è stabilizzante. Non è male.
E non viene necessariamente per nuocere.
Crescere è accumulare. E’ ricchezza.
E’ il succedersi delle esperienze.
Se si ricorda di non dimenticare le trafitture di delusioni o i dubbi,
è quell’arte meravigliosa di imparare che, fino alla fine,
può mantenerci umani, può spalancare i cancelli
che separano un’età dall’altra e rendono così dolorosi i passaggi…
Non c’è trucco. E’ come una disciplina quotidiana.
Cercare lo stupore…
Nessuno sa, di quelli che credono di sapere.
Tutto è ancora possibile…

mercoledì 22 luglio 2009

3,40 a.m.

Stanotte è una notte di quelle che non si riesce a dormire senza un motivo ben preciso, di colpo ti svegli nel cuore della notte, cerchi di riprendere sonno il prima possibile, poi timidamente alla porta bussa un pensiero di quelli che vorresti scrivere di getto.
Gli dici di non entrare, ma lui finta di non sentire le tue parole, allora lo implori, perché sai che i pensieri sono come le ciliege, uno tira l'altro, gli dici di passare un'altra volta magari ad un'altra ora un po' più decente, adesso devi dormire, hai bisogno come l'aria di riposare, domani ti aspetta un'altra giornata intensa...

...ecco lo sapevi... ti ritrovi con la penna in mano, almeno hai la decenza di non accendere la tua porta al mondo virtuale...a te in fondo spesso piace scrivere alla vecchia maniera, poi magari ritrascrivi tutto tramite tastiera in un secondo momento.
Cerci così di dare sfogo a questo tuo bisogno impellente senza andare a stimolare quello di cui adesso non hai minimamente bisogno, ti liberi solamente di un qualcosa che preme e che vuole uscire fuori, come un bisogno fisiologico notturno...

Scrivere è come dare pace ad una pallina impazzita di un vecchio flipper nel momento che sei stanco di continuare tra rimbalzi e bonus, alla fine trovi un senso compiuto nel vedere scendere in picchiata la pallina diritta verso di te nella buca, e il "game over" potrebbe essere un tranquillo "vai in pace".
Si, ma cosa era tanto importante da voler scrivere nel cuore della notte?

Ve lo dirò un'altra volta, mi sono accorta proprio adesso che ho già scritto un post....
'notte.... :)

giovedì 16 luglio 2009

ci sono... ci sono...

Ci sono, ci sono.... qualcuno di voi si è preoccupato per la mia assenza, ma anche se non riesco a postare....ci sono, e dove vuoi che vada...
E' caldo, oggi in particolar modo, sono due settimane che grazie al godimento delle ferie altrui sto lavorando a "cottimo", che vuoi fare, prima o poi questo "tour de force" finirà e tra un mese toccherà a me ad abbronzarmi e a tuffarmi nell'acqua salata!!!
La sera non riesco neanche ad accendere il computer, non trovo il fiato - e nemmeno la testa - per fare una frase che abbia un senso compiuto, tutto quello che riesco a fare lo faccio pure male...quindi.... è bene rimandare a quando sarò più fresca.... :D
un saluto di buona estate a chi mi leggerà....

domenica 5 luglio 2009

Rievocazione della Battitura del grano

Dalla fine di giugno ai primi di luglio, presso alcune aziende agricole tra Prato e Pistoia, viene revocato "la battitura del grano" con i mezzi, i modi e gli abiti dei tempi di una volta.

La battitura - o trebbiatura - del grano era un'occasione di festa durata fino ai primi degli anni sessanta ed era il momento dove si vedevano realizzate le fatiche di uno dei più importanti lavoro dei campi, con il grano ottenuto si otteneva la farina, trasformata di seguito in pane, pronto a sfamare le famiglie dei contadini e del padrone del podere con il quale si dividevano le parti del raccolto prima di metterlo al sicuro.

La trebbiatrice è una macchina che appartiene ormai al passato, sostituita dalla mietitrebbia la quale esegue la trebbiatura contemporaneamente alla mietitura. Lo scopo della trebbiatrice era quello di sgranare il grano dalla paglia.

Le fasi della trebbiatura possono essere riassunte in:
-Battitura della fascina di grano;
-Separazione della paglia dalla granella tramite la ventilazione e scuotitura della paglia;
-Concia del grano:
-Raccolta del grano nel contenitore in legno posizionato nella parte anteriore bassa. (in questo caso il grano è raccolto in dei sacchi)
Dopo il lavoro si festeggiava nell'aia cenando tutti insieme intorno ai tavoli, ancora oggi durante queste "rievocazioni" a fine serata vengono serviti a tavola dai "contadini" e dalle loro donne alcuni dei piatti tradizionali legati alla cucina popolare a base di carne di oca ed anatra, allevate nelle aziende agricole in occasione di questi festeggiamenti.
Il tutto accompagnato da cantori con chitarra che improvvisano in "ottava rima" come usava allora. Cantare in "ottava rima" è una forma particolare di poesia improvvisata e cantata in strofe di otto versi, le origini di questo modo di cantare risalgono al XIV tra la zona della Toscana e il Lazio.
Negli anni 60 con lo sviluppo industriale della nazione, le proprietà non davano più un reddito adeguato alle famiglie, pertanto i contadini iniziarono ad abbandonare le terre ed a lavorare nelle fabbriche, solamente alcuni di loro continuarono ad occuparsi dei terreni nel tempo libero dal lavoro.
Attraverso questi festeggiamenti si rievoca il lavoro dei contadini del passato, quel mondo che rappresenta le nostre radici e la nostra storia, fatto di grandi sacrifici ma anche di grandi valori, di umiltà , di saggezza e di solidarietà.
Queste foto sono state scattate in occasione della Festa della Battitura sabato 4 luglio presso la Fattoria di Parugiano - Montemurlo - organizzata dal Gruppo Trekking Storia Camminata